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RACCONTI - Flavio CASELLA

G.Scalich - Carugio di Genova

 

LA NOTTE DELL’AUSTERITY

 

di Flavio CASELLA *

 

Racconto inedito

 

Se nevica a Santa Bibiana, nevica per un mese e una settimana, dice il proverbio. Ma quel primo Dicembre del ’73 non sembrava proprio volesse nevicare; spirava anzi un’aria tiepida e appiccicosa di scirocco, una macaia grigia e sonnolenta che avvolgeva i tetti di Genova rendendoli opachi allo sguardo. Al tramonto vi baluginavano riflessi porporini, mentre un sole rosso e sfuocato s’immergeva lentamente in mare; si annunciò una sera opaca e caliginosa, percorsa da vaghi fremiti di sonnolenza; ai cantoni delle vie, nel silenzio invernale, pigri mulinelli di polvere danzavano alla luce dei lampioni.

          Ci ritrovammo dopo cena, come sempre, per la nostra consueta uscita serale. Cinque o sei eravamo, oggi non ricordo bene, a distanza di tanti anni: ma tutti rigorosamente appiedati, e in ciò stava la novità di quel giorno.

          – Ci mancava anche l’austerity! – commentò uno di noi – E pazienza andare in giro a piedi la domenica. Ma chiudere i locali a mezzanotte, belin! E dopo che facciamo?

          – Andiamo in giro – propose un altro – a vedere quelli che cercano di fare i furbi. E i vigili che se l’inculano.

          Eravamo troppo abituati a far tardi la sera: dopo l’ultimo spettacolo al cinema, passata la mezzanotte, usavamo concludere la serata in pizzeria, a soddisfare la nostra inesausta fame di ventenni e ad alimentare inconfessati atteggiamenti di viveur da strapazzo. E a casa non si tornava che verso le due, o le tre, intasati dal fumo di innumerevoli sigarette e intontiti da fiumi di birra e da generosi grappini, spesso raddoppiati – o triplicati – per chiudere degnamente la serata.

          Una volta, ricordo, stabilimmo una sorta di record alla pizzeria Piedigrotta: dopo pizza, dolce, caffè e liquore, ci attardammo a lungo, fumando e discorrendo del più e del meno; finché uno di noi se ne venne fuori con un’uscita del tipo:

          – Sapete che vi dico? Mi è tornata fame!

          Belin, ma sei un pozzo senza fondo! – protestò un altro – Sono le due e un quarto del mattino! e tu pensi ancora a mangiare?

          – Beh, e io che ci posso fare se ho fame? Dite che me lo fanno ancora un risottino ai frutti di mare?

          – Secondo me ci cacciano fuori a calci in culo. – intervenni io – Comunque tu prova: se te lo fanno, quasi quasi ti faccio compagnia.

          Il cameriere non batté ciglio; accolse l’ordinazione con un compìto: – Subito, signore! – celando appena un lieve sorrisetto di complicità. Mangiammo soddisfatti i nostri risotti e uscimmo verso le tre dal locale ormai deserto, chinandoci per passare sotto la serranda abbassata a metà, salutati cordialmente dai camerieri – quasi tutti giovanotti della nostra età, o poco più – che attendevano pazienti di poter chiudere definitivamente il locale.

          Ora eravamo consci che tutto ciò stava per finire, per colpa di Moshe Dayan e della guerra del Kippur e del prezzo del petrolio alle stelle. Dall’indomani, da quella Santa Bibiana che si annunciava tiepida, senza neve e senza freddo, avremmo dovuto rassegnarci, per chissà quanto tempo, a trascorrere le domeniche andando a spasso a piedi; e già da quella stessa sera, invece, a rincasare con le galline, a dire addio alle nostre serate interminabili; e ancora non riuscivamo a capire come sarebbe stata la nostra vita da allora in poi.

          – Se vogliamo andare al cinema – proposi – è meglio che ci desbeliniamo: l’ultimo spettacolo comincia alle nove e mezzo.

          – Vabbe’! – disse un altro – Però prima un giro al bar siamo in tempo a farcelo, no?

          Ordinammo un amaro a testa in un bar del centro:

          – Questa è un’occasione speciale! – disse uno, alzando il bicchiere – Propongo un brindisi.

          – E a chi?

          – Boh?.. A… ‘affanculo Moshe Dayan!

          – Giusto! E ‘fanculo pure Sadat!

          – E ‘fanculo il Kippur!

          – E ‘fanculo l’austerity!

          Così brindammo ridendo, e poi ce ne andammo al cinema a vedere Giovannona coscialunga o qualcosa del genere, e alle undici e mezza ci ritrovammo a spasso per le strade semideserte.

          Rade macchine passavano di fretta, sciabolando coi fari il buio della notte; il rombo degli autobus che correvano per i viali alberati risuonava lontano, attutito e minaccioso; le serrande di bar e trattorie calavano una dopo l’altra con mesti stridii: – Belin! – disse uno – Sembra d’essere in tempo di guerra!

          – E che ne sai tu, della guerra? Che manco eri nato?

          – Niente, ne so! Però me l’hanno raccontato i miei, di quando c’era il coprifuoco e gli allarmi aerei, e la gente correva a nascondersi nei rifugi. Doveva essere così come adesso.

          Belin, però… – borbottò qualcuno – io un calzone farcito me lo farei volentieri. Austerity del cavolo!

          Nessuno gli rispose. Continuammo a vagabondare in silenzio fin quasi a mezzanotte; davanti ad un bar ancora aperto, il gestore fumava una sigaretta e guardava la strada deserta: – Che ne dite, ragazzi? – ci apostrofò – lo volete l’ultimo drink?

          Ci guardammo facendo spallucce; entrammo a prendere un grappino; uno di noi levò il bicchiere:

          – ‘Fanculo Dayan!

          – ‘Fanculo Sadat!

          – ‘Fanculo il Kippur!

          – E ‘fanculo pure Richard Nixon! – conclusi io.

          – Che c’entra Nixon?

          – Niente! Però mi sta sulle balle.

          Questa volta non rise nessuno. Ci inerpicammo per le ultime propaggini della collina di Albaro, mentre la serranda del bar calava sferragliando alle nostre spalle. Mancavano pochi minuti a mezzanotte.

          Appoggiati alla ringhiera della scalinata di via Nizza, a fianco della chiesa, sostammo a fumare e a guardare il lungomare deserto, i lontani riflessi della luna sul mare grigio, il fioco chiarore dei lampioni sulla strada. Un autobus passò rombando; mentre il rumore del motore si affievoliva, qualcuno disse sottovoce: – È mezzanotte.

          – Nulla sarà più come prima! – fece eco qualcun altro.

          Aveva ragione: ci parve, in quel momento, di stare assistendo a qualcosa di epocale, di essere testimoni di un avvenimento memorabile dei nostri tempi, un po’ come lo sbarco sulla luna di quattro anni prima. E continuavamo a starcene lì in silenzio, a guardare l’immobile panorama sotto di noi. Anche se non c’era nulla da vedere.

          Per la strada non passava più nessuno. Sentimmo d’un tratto, da lontano, il confuso rumore di un motore imballato; un’auto irruppe a velocità folle dal tratto terminale di corso Torino, svoltò sul lungomare con lacerante stridio di gomme, si avventò verso levante. Ci guardammo l’un l’altro sgranando gli occhi.

          Subito dopo il silenzio innaturale della notte, appena ricomposto, fu rotto nuovamente dall’urlo di una sirena: una gazzella dei carabinieri emerse dalla stessa direzione, lanciata all’inseguimento.

          Scoppiammo tutti a ridere, piegati in due, aggrappati alla ringhiera della scalinata: – Ragazzi! – commentai – Mi piacerebbe vederli, quando li cuccano!

          Rimanemmo ancora un po’ ad osservare il lungomare silenzioso, poi qualcuno disse: – Beh, gente! è inutile starcene qui come tante bertuele. Tanto vale andarcene a letto.

          E così facemmo, ognuno percorrendo strade diverse, ognuno con lo sguardo smarrito perdendosi ad osservare le serrande abbassate dei bar che solo la notte precedente avevano brillato di vita spensierata; e tutti, con una stretta al cuore, rimpiangendo una parte della nostra giovinezza, che sapevamo ormai perduta. E che non sarebbe più tornata.

                                                                  


D.Lourenco - Miremos la luna

 

*Flavio Casella è anzitutto un Amico.

Ingegnere, è nativo di Genova, ma vive a Monza. Ha pubblicato numerosi racconti e articoli su giornali, riviste e antologie collettive e ha ottenuto riconoscimenti in vari concorsi letterari.

È membro del Circolo Pickwick - Circolo Letterario di Besana in Brianza - per cui ha realizzato conferenze, letture teatrali e spettacoli letterari, e direttore editoriale del periodico letterario Pick Wick.

Il suo stile si distingue per una prosa tersa, raffinata e fluida, associata ad un contenuto sempre vibrante e meditato.

Egli stesso ama definirsi "... un moderno 'trovatore', o 'giullare' ...".

Ha pubblicato l’opera Movenze d'incognito azzurro (racconti), Prospettiva editrice, 2002.

E' presente nel web con un blog personale molto frequentato:

http://amezzanotteinpunto.splinder.com/

 

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