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RACCONTI - Luciano ROSSI

 

I  GIOVEDÌ  DEL  PROFESSOR  BUZIO

 

di Luciano ROSSI *


Racconto inedito

 

 

Il professor Buzio, traduttore di Esiodo per uno dei maggiori editori italiani, negli anni ’50 era docente di greco al Liceo Carlo Alberto di Novara.

Le sue lezioni erano così ricche d’informazioni, anche aneddotiche e storiche, che le regole della complessa grammatica passavano nella nostra mente senza che ci accorgessimo.

Sorrideva raramente, almeno visibilmente. Non aveva atteggiamenti corrucciati ma in sua presenza il silenzio era assoluto. A noi ragazzi dava del ‘Lei’, proprio con la ‘elle’ maiuscola.

Nell’anno della maturità ci comunicò che per dieci giovedì avrebbe proposto, in un compito in classe straordinario, uno dei brani utilizzati nei precedenti esami di maturità.

Li avrebbe regolarmente corretti ma senza dare il voto. Neppure eravamo obbligati alla presenza in un pomeriggio libero dall’orario scolastico. Ovviamente nessuno di noi osò disertare quell’appuntamento offerto con generosità in cui la nostra traduzione occupava una facciata ed i suoi commenti a volte le altre tre, in una calligrafia nitida e sottile.

Quel giovedì mi fermò mentre uscivo prima del termine delle due ore concesse:

“Ha scritto a lungo. Non consegna la sua traduzione?”.

“Non l’ho fatta, professore. Mi dispiace ma non sono riuscito ad entrare in quel testo”.

“Ho voluto darvi il testo più difficile degli ultimi dieci esami di maturità. Mi può dare ugualmente ciò che ha scritto? Non è obbligato, ovviamente “.

Esitai. “E’…una lettera a Saffo”. Porsi il foglio di protocollo al professore e rimasi in piedi. La predella era così alta che col mento sfioravo il piano della cattedra. Lui si mise a leggere. La sua voce era appena un sussurro per non disturbare i compagni che, a testa bassa, tentavano di uscire dal labirinto misterioso del testo di quel giovedì.

«Carissima Saffo, da mesi non ti scrivo. Spero che tu in ogni caso mi risponda come un tempo. Vorrei descriverti le sensazioni alla serata di ieri, durante l’interpretazione del mio lavoro teatrale e l’emozione del pubblico femminile che ho percepito, nitida e vibrante, per il personaggio di lady Annabel e per il folle innamoramento del povero Giorgio».

Il Professore alzò gli occhi e mi osservò in silenzio per qualche secondo:

“Ne deduco che Lei è un giovane drammaturgo ed anche attore. Non solo: Lei è anche in corrispondenza con Saffo e la poetessa le risponde. E’ così ?”

Feci un cenno d’assenso.

Il Professore lesse un lungo tratto in silenzio. Poi m’invitò a salire al suo fianco: “Bello questo intervento di Saffo”,  e riprese la lettura sottovoce:

«Platone, mio giovane amico, nel ‘Cratilo’ definisce la seduzione come un fluire impetuoso dalla donna che la attua col movimento delle mani, con la voce, il portamento, il profumo ma soprattutto con gli sguardi; intensi ma subito distolti, colpiscono i sensi dell’uomo che la osserva ed irresistibili penetrano attraverso gli occhi nella mente dominata in un crescendo ossessivo. Di Platone abbiamo tutte le opere nella nostra biblioteca virtuale e molte sono giunte fino a voi».

“Lei ribatte: «Già. Un’arte del femminile sotterraneo, il più potente e di cui tu sei maestra con i tuoi versi».

Non posso che essere d’accordo con Lei.

Poi Lei scrive: «Dalla barriera abbagliante della ribalta, il tuo sguardo mi è giunto. Bucava l’ombra della sala mentre tu ne contenevi l’intensità per non indurmi alla tentazione di individuare la sorgente. Mi avrebbe altrimenti disarcionato in quella lettura che spesso è un galoppo sfrenato! Tu c’eri, carissima Saffo! ».

Saffo Le risponde: «L’incontro di cui tu vaneggi è avvenuto solo nella tua mente. Il mio sguardo sarebbe insopportabilmente avvolgente e nel contempo penetrante, dalla forza incontenibile. La femminilità è racchiusa tutta nello sguardo e compressa come la densità di una stella nana bianca, come le spire del boa constrictor nell’abbraccio fatale»”.

Spostò il foglio verso di me:“Legga le sue battute. Io leggerò quelle di Saffo.”

Mi sembrò che il professor Buzio sorridesse. Solo con gli occhi, appena al sopra degli occhiali a lenti quasi rettangolari. Forse però mi sono ingannato.

Mi feci coraggio:

«Ma i tuoi versi…».

Quasi senza pausa, il professor Buzio riprese la lettura delle battute di Saffo:

«Non è la stessa cosa! Non sei ancora rassegnato alla realtà? La poesia è sangue, corpo, braccia che stringono, occhi che penetrano, mani che accarezzano.

La poesia è solo il ricordo o il desiderio inappagato di tutto ciò: un’illusione».

No, non mi sono ingannato: questa volta sorride e mi provoca una pausa troppo lunga da cui mi riprendo:

«Forse hai ragione, come sempre. Il ricordo però delle tue labbra…»,

«Eh no! Ora esageri caro bugiardo! A questo grado di suggestione sei giunto?».

La prima parte della battuta gli uscì a volume che giudicò eccessivo. Diede una rapida occhiata alla classe poi riprese la seconda parte tornando a sussurrare. Questa volta, rinfrancato, la mia battuta non esitò:

«Ma Saffo, via, che pensi mai!? Intendo il ricordo di quel bacio all’angolo delle mie labbra, quel simulacro di bacio solitamente frettoloso ad un amico affascinato, un abbraccio tra poeti…solo che…credimi, il ricordo è nitido. Ancora sento la morbidissima pressione delle tue labbra sulle mie.

Non è stato un bacio laterale, senza quasi sensazioni tattili, ma un bacio obliquo, ambiguo, denso d’umore, trattenuto per qualche istante più a lungo del bacio di un commiato».

Il professore si tolse gli occhiali. Il suo gesto m’indusse ad interrompere la lettura. Poi mi guardò pensoso:

“Devo dire che Lei rivela un’originale precocità…intendo nello scrivere ovviamente…

Cerchi di tradurre a casa il testo che ho dato oggi: sarà un ottimo esercizio. Sappia però che Saffo scriveva nel dolcissimo dialetto eolico, forse ancora più difficile.”

 

Anni dopo, il professor Buzio era preside dello stesso liceo. In quell’estate ero in Afghanistan, sulla catena dell’Hindukùsh con una spedizione alpinistica. Chissà perché, addormentandomi al campo alto verso la vetta maggiore del gruppo, pensai a lui.

Nella tormenta notturna, decisi di chiamare ‘Campo Liceo Carlo Alberto’ quelle due tende, a 5.500 metri di quota. Due tendine biposto in nylon, sbattute dal vento, tenute ferme da reti di corde, sui massi sconnessi della morena saldati dal ghiaccio. A fianco il canalone pauroso del Koh-i.Sharàn scaricava valanghe di tonnellate di neve e di seracchi con la frequenza dei treni alla stazione Centrale di Milano nelle ore dei pendolari.

Forse pensai al mio professore di quindici anni prima, riandando con la mente al buzkashì reale, l’ultimo a Kabul, prima della rivoluzione e poi dell’invasione dell’Armata Rossa.

Al preside Buzio, con la mappa che indicava quel campo, mandai al ritorno i versi di ‘Iskandàr’…

 

Il 'buzkashì', padre violento del polo, è il gioco nazionale dei pashtù Afghani. Armati di scudiscio e cavalcando al pelo, le squadre si contendono un agnello sgozzato, senza esclusione di colpi. Il pubblico acclama il campione, uomo e cavallo, ferocia e abilità unite. Il campo è una piana limitata solo da un lato dal palco delle autorità munite di binocoli e dal pubblico che urla, una mano agli occhi a schermare il sole. Il vincitore, colui che riporta l'agnello nella buca di partenza, riceve dal Re una rosa e la sciarpa dorata. Esplodono le urla, gli applausi. Le donne velate, in gruppo separato, intenso lo sguardo, sospirano immobili.

A Kabùl il buzkashì reale non si tiene più e tutto è stato travolto. La sciarpa rimaneva esposta all'ammirazione dei valligiani ed entrava poi nell'asse ereditario, brillante per i fili d’oro intessuti. La rosa, capovolta ed appesa ad essiccare nelle caverne dove s’addolcisce l’uva sultanina, rimaneva nel soggiorno di casa, dove il pavimento in terra battuta è coperto da tappeti e cuscini. Iskandàr, Alessandro, è il nome del campione, diffuso tra l'Oxus (Amu Daria) a nord e la sponda occidentale dell'Indo, raggiunta nella massima espansione dell'impero  macedone. 

La poesia è  in  distici  elegiaci, la metrica di Omero, di Virgilio. Esametro e pentametro si alternano: il primo accelera il ritmo, il secondo lo rallenta come, nel buzkashì, sprone e morso.

 

 

Iskandàr                                                ( Il buzkashì reale )

 

Forse è illusorio ripetere Omero in quell'aspro deserto

ma quel mattino il vento portò l'esametro ratto.

Fu come scoprire la labile traccia dell'arte d'Atene

e lento, ritmato, il pentametro diede l’avvio.

Mentre l'aria trasporta il profumo d'un distico amato, 

rulla il tamburo pashtù, metrica antica.

 

Multicolori squadroni percuotono il sacro cammino

alla santa montagna, al Dio benigno.

Sciolta la briglia al vento del nord che asciuga il sudore,

stringe i fianchi Iskandàr al destriero sfrenato.

Tiene e rilascia il morso al cavallo che freme nervoso,

teso alla corsa, a portare il campione vincente.

 

Quadrupedante galoppo al suono del corno di caccia,

scivola al pelo Iskandàr, fino a sfiorare

le pietre e il terreno che fugge. Rapido afferra l'agnello,

sfregia col nerbo tagliente il viso nemico.

Sanguina e freme il vello ferito da sprone d'argento,

suona lontana la tromba, annuncio di gloria.

 

Folle, galoppa urlando Iskandàr: il premio è una rosa.

Sventola il drappo dorato sul palco reale.

 

 

Il professor Buzio era diventato preside dello stesso Liceo e mi rispose invitandomi a narrare quell’avventura agli allievi ma, aggiunse sottolineando,  “ …in un giovedì pomeriggio a Sua scelta “.

Ricordo ora questa Sua precisazione, caro Professore.

Quanto Le devo! Forse ora, i capelli ormai bianchi, non saprei tradurre Eschilo in prima lettura ma a Lei devo l’insegnamento del tenace impegno nello studio e nel lavoro ed il rispetto degli altri, la discrezione nel porgere un giudizio anche severo con quel garbo che, ora lo so, lo trasformava in  incoraggiamento.

Sì, devo ammetterlo. Ci voleva un po’ per convincersene.

Quando ci rivedremo, non manca più molto, forse non oserei dirle ciò che ora ho scritto.

 

Sono certo che La troverò, seminascosto dai libri, immerso nella lettura…

La Sua gentile Consorte, mia insegnante al Ginnasio come Lei ricorderà certamente, è vicino a Lei.

Ora Le si muove intorno in silenzio assoluto per non distoglierLa dalla concentrazione, così come Riccardo Bacchelli scrisse della moglie, Signora Ada, in uno splendido endecasillabo:

 

Anima tu dell’aria, umor di luce...

 

Quando anni dopo, caro professore, ricordai questo verso alla Signora Ada, lei chiuse gli occhi. Si appoggiò allo schienale della poltrona e sospirò:

“Già... quel verso... quel sonetto...

...Non dovevo neppure muovere l’aria intorno a lui quando scriveva concentrato. Lasciava persino raffreddare il caffè che neppure zuccherava mai, pur rimescolando a lungo. Un gusto solo... un gusto solo per volta.

Se gli ricordavo che non sopportava tiepido il caffè, rispondeva con un grugnito, non ancora un ruggito ma pur sempre con la sua erre arrrrrrotata come una scimitarra!”

 

Vede, professore?

Ora sorride.

Non con gli occhi solamente.

 

 

 

G.De Chirico - Melanconia

*Luciano Rossi, nato a Novara, vive nel Milanese. Ingegnere, dirigente d’azienda e docente di manager, ha un’intensa attività di  fine scrittore e di intenso “narrautore”, dedicata anche all’Associazione Onlus "Il Giunco".

E’ autore di reportages, articoli, opere teatrali, ‘concerti’,  poesie e  racconti per cui ha ricevuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti in tutto il mondo. Ha composto pure la premiata pièce teatrale dal titolo:“Lady Annabel”, atto unico per lettura teatrale o radiofonica, di cui, insieme con lo stesso autore e con l'amico Flavio Casella, io stessa sono stata ripetutamente interprete.

Sue ultime pubblicazioni: L’odore dei libri (racconti), i fiori di campo Edizioni, 2004 e La sindrome di Rostand (racconti), Albalibri editore, 2007.

 

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